Quella signora con la M

Stasera mi sento di scrivere un articolo serio ma lucido. Una parte di esso è stata scritta più di una settimana fa, poco dopo aver saputo che Lina era morta, ma non vorrei che per questo i lettori pensassero che sia un mero sfogo, offuscato dallo choc e fine a se stesso. Io credo che quando mi sento di scrivere qualcosa, devo buttarlo giù.

Per mia fortuna non ho molte esperienze riguardanti la Morte; in passato mi sono limitata a sfiorare l’argomento guardandolo attraverso lo humor nero di Roman Dirge, creatore dell’adorabile Lenore, che ho scelto come copertina del post.

Ad ogni modo ho riflettuto sulla Morte, non solo quella che in silenzio mi ha portato via una gatta che avevo cresciuto con le mie mani, la cui esistenza mi ricordava che si può fallire miseramente nell’educare un “figlio” ma che gli si vorrà comunque bene. Ho pensato intensamente al ruolo universale di quella signora scura e sfuggente, che la mia gatta aveva il vizio di sfidare almeno una volta l’anno, finché evidentemente non hanno pareggiato i conti.

Perché mi risulta che noi tutti siamo affascinati dalla Morte: soffriamo di vederla al centro dell’attenzione, che si fa beffe della nostra eterna sindrome da divi.
La cosa più scioccante e illogica è che quando c’è la Morte, non ci siamo noi (grazie Epicuro); per quanto la corteggiamo con gesta da ricordare, grandiose statue, lussuosi cimiteri, lei resta indifferente.
La Morte è come quel ragazzo o quella ragazza che tutt* a scuola invidiano e per cui tutt* hanno una cotta; e voi sperate che lei noti proprio voi nella massa, perché credete di poter vivere una storia come quelle dei filmini americani sui teenager, in cui il figo rivolge la parola alla secchiona anonima; ma non è questo il caso.
Lei è semplicemente lontana, oltre un confine invalicalibile.
Praticamente voler interagire con la Morte è come volersi fare un bagno in mare mentre si nuota in una piscina.

Pensando a Lina mi sono detta d’istinto che avrei voluto darle “degna sepoltura“… Parliamoci chiaro: che diamine gliene frega a un cadavere di ricevere una “degna sepoltura”?!
La verità è che abbiamo tutti un rapporto esclusivamente egocentrico con la morte. Perché quando pensiamo “volevo seppellirl*”, “volevo vederl* morire”, in realtà stiamo pensando “volevo esserci io”, lì, Principe della scena.
Per puro egoismo volevamo essere presenti quando ha lasciato questo mondo, quando ha vissuto l’estremo dolore dando l’addio a quel dolore più grande, più vasto e più vario che è la vita, lungo la quale eravamo stati eroicamente nonché egocentricamente il suo sostegno, il punto di riferimento; e così non volevamo perderci gli ultimi respiri, per essere incoronati Eroe definitivo della vita altrui, senza possibilità di appello. E così volevamo seppellirl*, per mettere a tacere ogni ambiguità sul valore dell’assistenza allo spirito e il valore dell’assistenza materiale.
Che rabbia non accaparrarsi certi privilegi.
Anche l’affetto perisce e si disgrega in favore dalla Morte, se glielo permettiamo.

Il prossimo post sarà molto più allegro, promesso.

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