Game over – Treno della Memoria 2017

Cari lettori, sono tornata ieri da un’esperienza chiamata Treno della Memoria, un viaggio per studenti liceali organizzato dalla regione Toscana in occasione del Giorno della Memoria: a fronte del pagamento di una cifra irrisoria, possono partecipare anche 20 studenti universitari di ciascun ateneo (Firenze, Pisa e Siena) e io avevo avuto la fortuna e la prontezza di fare domanda per Pisa questo autunno.
Quando si torna da un viaggio che prevede la visita di Auschwitz-Birkenau e l’ascolto della testimonianza di sopravvissuti ai lager, di certo non si è rimasti indifferenti e ci sono valanghe di pensieri che si vogliono condividere: quello che mette più in difficoltà è come farlo.
Cercherò, come faccio quasi sempre, di scrivere a ruota libera per esprimere delle intuizioni che ho avuto mentre mi trovavo nella fredda Polonia.

Devo dire che la storia della Shoah si è intrecciata con la mia crescita, passandoci però sempre a debita distanza: come un fiume che costeggia una strada.
Da bambina avevo le idee un po’ confuse: mia mamma mi aveva detto che c’erano dei signori cattivi che volevano che tutti fossero biondi con gli occhi azzurri, e quando trovavano i bambini bruni li cuocevano nei calderoni come le streghe. Per quanto fantasiosa, questa versione conservava l’assurdità insita nella persecuzione razziale: escludere arbitrariamente (peggio ancora, cercare di eliminare) un gruppo di persone sulla base di caratteristiche ininfluenti.
Eppure, ascoltando questi racconti, il mio primo pensiero era “se avessi vissuto a quei tempi, come avrei potuto salvarmi?” seguito dall’idea rassicurante che mi sarebbe bastato tingermi i capelli, avendo già gli occhi chiari.
Se pensate che io fossi ingenua, lasciate che vi racconti l’affermazione che fece un mio compagno alle elementari (17 anni fa): disse che le televisioni antiche erano in bianco e nero perché il mondo stesso prima che nascessimo era in bianco e nero.
Sentendolo parlare mi misi a ridere, ma mi fece anche riflettere e compresi quanto noi bambini potessimo accumulare stupidaggini: vivevamo in una realtà complessa che ci arrivava addosso tutta insieme e c’era sempre bisogno di qualcuno che ce la spiegasse, rattoppando in tempo i nostri dubbi prima che elaborassimo autonomamente spiegazioni.

Eppure, mentre ero ad Auschwitz, mi sono resa conto che affermare che il mondo fosse in bianco e nero potrebbe non essere così assurdo. Durante questi 17 anni, infatti, ho anche studiato Filosofia al liceo, e chi ha avuto la stessa fortuna può ricordare come vari pensatori abbiano sostenuto la prevalenza dell’esperienza sulla conoscenza.
La forma dell’esperienza plasma il modo in cui conosciamo e quindi conserviamo la nostra personale rappresentazione di qualcosa: nel caso del ‘900, dato che fino alla fine non eravamo nati lo conosciamo attraverso foto e filmati in bianco e nero, nella nostra testa esso è, a tutti gli effetti, in bianco e nero. Tornando alle informazioni incomplete che mi aveva fornito mia madre, io nei filmati non riuscivo a distinguere i colori di occhi e capelli dei deportati, ma dato che erano generalmente scuri la discriminazione cromatica non trovava contraddizioni.

Dirò adesso che andare ad Auschwitz e Birkenau è come scoprire il colore che avevano gli anni ’40, è come togliere il filtro bianco/nero dalle foto: la quantità di cose che non sapevi, non avevi chiare, non avevi capito, non sospettavi è pari alla quantità di informazioni che acquisiresti potendo rivedere tutti i filmati a colori, con le giuste sfumature.

Non dico che fossi rimasta alle conoscenze dei 6 anni: in 13 anni di scuola ho letto, visto documentari, ascoltato lezioni sul sistema concentrazionario nazista. Ma vi assicuro, questo non era bastato a farmi capire cos’era stato veramente questo terribile fenomeno che, come se non bastasse, si affianca alle sofferenze e privazioni che ogni cittadino deve aver vissuto nella già difficile seconda guerra mondiale. Avevo visto solo in bianco e nero.

Un altro concetto che mi aiuta a spiegare l’estensione di quanto ci manca da comprendere per poter dire di conoscere la Shoah è il seguente.
Torniamo all’esempio dei capelli biondi: da bambina pensavo che mi sarei salvata con il travestimento.
Ma gli ebrei residenti in una città erano elencati in appositi uffici, i dissidenti politici erano noti all’interno dei loro paesi, e se anche si sfuggiva alla polizia, c’era il rischio che qualcuno, di proposito o perché minacciato o torturato, rivelasse la nostra posizione. Game over
Una volta caricati sui convogli che portavano ai lager c’era chi provava a saltare dal finestrino: ma c’era il rischio di sfracellarsi sui binari e per ogni persona che fosse fuggita i tedeschi promettevano di ucciderne 8, quindi non tutti se la sentivano di tentare la fuga. Game over
Arrivati a Birkenau se eri bambino, vecchio, o malconcio potevi essere mandato a “fare la doccia” nelle camere a gas (in ogni caso più della metà di quelli arrivati con li treno). Game over
Ma io sono giovane, mi avrebbero mandato a lavorare. A meno che non decidessero di mandare tutte le donne nella camera a gas. Game over
Oppure tutto un gruppo, perché gli ebrei andavano eliminati tutti comunque, oppure come fecero la notte del 2 agosto 1944, mandando tutti i rom e sinti nella camera a gas. Game over
Se mi avessero tenuto tra i prigionieri costretti ai lavori forzati avrei potuto morire di fame e di stenti, viste le razioni misere, i turni disumani e i lavori pesanti. Game over
Magari avrei avuto la fortuna di ottenere un lavoro non molto duro, sarei potuta sopravvivere in primavera ed estate, ma poi credo che sarei morta in inverno, considerato il freddo che faceva in questi giorni e i vestiti leggeri che erano forniti ai prigionieri. Game over
Ma se non fossi stata una ragazza del sud-europa, poniamo invece una nord-europea con la pellaccia dura e abituata al freddo, sarei potuta sopravvivere all’inverno, alla fame, ma poi sarei potuta morire di qualche malattia più o meno grave (avevano tutti la diarrea, tanto per dirne una). Game over
Sarei potuta sopravvivere a tutte queste cose ma se, stremata, avessi fatto arrabbiare qualche soldato per la mia poca produttività, sarei potuta finire in punizione e avrei potuto morire di percosse o per una semplice fucilazione. Game over
Sarei potuta sopravvivere per qualche mese, aspettando fiduciosa la liberazione, ma se mi avessero deportata prima della fine del ’44 dubito che sarei riuscita ad arrivare al ’45. Game over

Concludendo: quando pensiamo alla deportazione, il nostro desiderio di sopravvivenza ci spinge a considerare tutte le opzioni favorevoli, ossia quelle che ci avrebbero fatto sopravvivere, le rare scappatoie. Inoltre, noi conosciamo solo le testimonianze di coloro che sono sopravvissuti, non della maggioranza che è morta nel silenzio.
Siamo così abituati ai videogiochi che anche quando pensiamo alle opzioni che portano alla morte, non facciamo altro che prendere atto del Game over e ripartire.
Ma ogni vita è stata un Game over senza reset.
E forse questo aiuta a capire cosa vuol dire 15 milioni di morti: 15 milioni di Game over, uno alla volta. Anche i videogiocatori più incalliti si scoraggerebbero.

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